Il discorso che Roberta Lapucci ha proposto sull’ultimo numero della tua rivista è molto vicino al mio, infatti anche il mio atteggiamento tende più a cercare di capire quali altre opere sono da aggiungere (o togliere) dai ‘Complete Works‘ di Caravaggio.
Mi sembra però che manchi un giudizio forte in questo dibattito che sta avvenendo su About Art e dove la Lapucci dice che bisogna andare oltre il punto in cui siamo arrivati; a mio parere i discorsi delle incisioni, dei tratti disegnati, del lavoro ‘en réserve’, dell’ ottica, della scelta di materiali, delle pennellate particolari, della ‘handwriting’, non bastano anche quando vengano abbinati alla documentazione storica, e alle menzioni contemporanee – nessuno di questi elementi, pure fondamentali, porta però ad affermare che un’ opera sia o non sia del pittore, e si rimane sempre in preda alla cerchia di quanti si rifugiano nel “non mi pare” e che invece praticano il giudizio del conoscitore a rovescio. Ed è confusionario quando delle opere escluse per la mancanza di questi elementi e caratteristiche si ripropongono in prima pagina nei cataloghi dell’ ultima ora.
Per me Caravaggio principia con una abilità mimetica straordinaria (di cui prima di Roma non era neanche consapevole), e viene assunto da Del Monte proprio per questa qualità. Non sorprende che ci siano versioni delle sue creazioni, anche perché era più facile replicare che farne una nuova Poi si capisce che queste ‘invenzioni’ colpivano perché non si erano mai visto cose del genere – ad eccezione forse nelle immagini proiettate della camera oscura, dello specchio parabolico, e per questo motivo erano valide anche le repliche e le copie.
Roberta Lapucci ci ricorda che ilfare del Merisi è diverso all’ inizio, e poi si affretta e diventa meno ossessivo, anche perché si rendeva conto che l’occhio non ha bisogno di tutti i particolari di una resa per creare una illusione volumetrica; e tuttavia non segue mai un traccia pedissequa.
Il pittore vedeva le cose in una certa maniera e giudicava i toni delle luci e degli scuri quasi a modo di un esposimetro. Questo è il motivo per cui il suo uso dei tratti disegnati (oppure incisioni) non è come quello degli altri, perché non segue l’intento del disegnare, un ruolo e denominazione del tutto impropri per questa sua abilità di vedere e captare le realtà davanti gli occhi senza i preconcetti degli altri. Ecco anche perché è importante riscoprire la fase della ritrattistica, non solo riguardo alle teste “a un grosso l’uno”, ma anche quelle relative all’oste, al Marino, agli amici (più di venti citati nelle fonti) perché si è inteso sino all’inizio che possedeva la virtù per captare le fattezze di tutto e tutti, non solo quindi di frutta e fiori. E anche di portare a conoscenza l’impatto della comparsa dei primi capolavori, questa specie di caravaggismo di prima pagina, quando certi mecenati facevano eseguire delle repliche e anche delle copie delle nuove interpretazioni delle sacre scritture, perché il sentimento di questa novità trapelava anche da queste interpretazioni. Non aiuta certo che i quadri eseguiti per i Mattei non sono quelli che sinora si riconoscono, e non si celebrano le copie che Caravaggio può aver eseguito sia pure non tutte di sua propria mano.
Roberta Lapucci ha messo in risalto anche l’importanza dei mezzi scientifici di ultima generazione che in effetti nell’ultimo periodo si sono molto evoluti, tanto che è addirittura possibile riconosce elementi della tecnica pittorica- ad esempio la diversità delle forme delle incisioni, la varietà dei pennelli usati, nonché dei materiali adoperati – ma ha sottolineato la necessità di un approccio uniforme per studiare le varianti e comprendere bene il posto che occupano in questa rivoluzione caravaggesca. E anche condivide, credo, l’apertura verso altre interpretazioni delle opere e del percorso della carriera del genio lombardo- i miti che lo hanno seguito non costituiscono sempre delle verità, e vale la pena di vedere oltre, di considerare che forse ci siamo sbagliati.
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